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15 gennaio 2009
per 1 israeliano 30 palestinesi....
Questi tipi di rapporti matematici li facevano i Nazi...
e poi mi chiedo ma come si può rimanere indifferenti di fronte a tutto ciò ????
http://roma.indymedia.org/sites/roma.indymedia.org/files/images/man%20palestina.gif
| inviato da puntodifuga il 15/1/2009 alle 18:14 | |
21 luglio 2008
il muro lo costruiscono per proteggersi.... (??)
Chi parla più della Palestina??? Chi sostiene Israele ha sempre le giuste parole... ma come la mettiamo con questo... è una finzione??? I soldati che vediamo sono forse dei palestinesi travestiti che sparano ad un povero israeliano indifeso ??? Io non c'e l'ho con Israele ma con la menzogna e la manipolazione con cui si accampa ogni diritto di fronte al mondo...
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Un soldato israeliano colpisce un giovane palestinese arrestato durante scontri nella West Bank
Il documento-denuncia, ripreso da una bambina, è stato diffuso dall'associazione pacifista B'Tselem
Il giovane palestinese viene ferito ad una gamba mentre ha le mani legate e gli occhi bendati. L'episodio sarebbe avvenuto due settimane fa, alla presenza di un tenente colonnello dell'esercito israeliano...
di seguito il link per vedere il video...
http://tv.repubblica.it/copertina/video-choc-gli-spara-a-freddo/22333?video
fonte Repubblica 21 luglio 2008
| inviato da puntodifuga il 21/7/2008 alle 16:43 | |
24 settembre 2007
cenere alla cenere...
http://it.youtube.com/watch?v=r44OFO-MNPo
| inviato da puntodifuga il 24/9/2007 alle 17:39 | |
27 luglio 2007
Olmert offre le briciole della Palestina
Il gioco a due ha funzionato alla perfezione. Il quotidiano Ha'aretz ha «rivelato» e il premier israeliano Olmert poco dopo ha «confermato» la sua volontà di negoziare subito con il presidente Abu Mazen un «accordo di principio» sulle caratteristiche del futuro Stato palestinese. Tutto nel giorno in cui gli inviati della Lega araba, i ministri degli esteri di Egitto e Giordania, Ahmed Abdul Gheit e Abdel Ilah Khatib, erano a Gerusalemme per ribadire l'offerta di una pace totale in cambio del ritiro dello Stato ebraico alle linee del 4 giugno del 1967.
«Intendo creare un percorso che mi consenta di tenere negoziati seri con Abu Mazen», ha spiegato Olmert. E a conferma che la sua proposta vuole prendere in contropiede l'iniziativa sponsorizzata dalla Lega Araba, il primo ministro ha detto con tono perentorio che «se altri Stati, come l'Arabia saudita e gli Emirati, vogliono dare il loro aiuto, allora sono i benvenuti. Ma non resteremo senza agire. Siamo noi quelli che guidano, quelli che prendono l'iniziativa, perché crediamo che il processo di pace faccia gli interessi d'Israele».
Siamo di fronte, in una forma leggermente modificata, all'ormai nota idea israelo-americana di uno Stato palestinese senza sovranità reale e dai confini «provvisori» che dovrebbe vedere la luce nei principali distretti amministrativi della Cisgiordania - già trasformati dall'occupazione in bantustan - in attesa che trattative future definiscano lo «status permanente» dei Territori occupati. Olmert vuole un approccio «graduale»: in una prima fase, quella dell'«Accordo sui princìpi» (che ricorda la Dichiarazione di princìpi del 1993), dovrebbero essere affrontate le questioni più semplici - ad esempio i rapporti economici tra Israele e il futuro Stato di Palestina o il rilascio di un certo numero di prigionieri politici - mentre quelle più complesse - Gerusalemme, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi nella loro terra e i confini permanenti dello Stato palestinese - dovrebbero attendere la fase finale del negoziato. Questo modello, una volta raggiunta l'intesa sui princìpi, verrebbe sottoposto da Abu Mazen al vaglio dei palestinesi mediante elezioni politiche. Olmert da parte sua andrebbe alla Knesset per chiedere il voto favorevole.
Il disegno di Olmert non manca di contenere il mito del «90%» già evocato nel 2000 a Camp David dall'ex premier Ehud Barak. Olmert, secondo Ha'aretz, potrebbe accettare la costituzione dello Stato di Palestina sul 90% della Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza che verrebbero collegate da un lungo tunnel, in modo da garantire una continuità territoriale.
È ovvio che quel 90% se era un sogno nel 2000, lo è ancora di più oggi . Il «muro di separazione» ha annesso di fatto a Israele circa il 10% della Cisgiordania, a ciò bisogna aggiungere che Olmert non rinuncerà alla «Grande Gerusalemme (che si estenderà su 4-5% della Cisgiordania), ad assorbire la maggior parte degli insediamenti ebraici, al controllo di una parte della Valle del Giordano e di alcune arterie stradali, e alla «supervisione» dei valichi di frontiera. Alla fine di questa dieta, il 90% delle «dichiarazioni di principio» diventa il 50-60% delle «ragioni di sicurezza», con i palestinesi costretti a vivere in una condizione di apartheid parziale o totale su cui il Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu) isserà, tra applausi e cori di giubilo, la bandiera dello Stato di Palestina. Ha'aretz ha aggiunto che la richiesta dei palestinesi di proclamare la loro capitale a Gerusalemme Est potrebbe essere «risolta» passando all'Anp alcuni quartieri arabi periferici e lasciando a Israele il controllo delle aree più importanti, come la Città Vecchia e i suoi luoghi santi, compresa la Spianata delle Moschee. «Non è altro che la solita proposta di uno Stato palestinese senza sovranità, in attesa di trattative future - ha detto al manifesto l'ex ministro dell'informazione Mustafa Barghouti -. Israele cerca di guadagnare tempo per realizzare i suoi progetti volti ad impedire la nascita di uno Stato sovrano». Non la pensa così il consigliere di Abu Mazen, Nabil Amr: «L'Anp è pronta a prendere in considerazione l'idea di Olmert, se parallelamente verranno avviate trattative, anche segrete, sullo status finale dei territori occupati».
Michele Giorgio su Il Manifesto 26 Luglio 2007
21 giugno 2007
Hamastan nella Striscia: i porcellini d'India e le lacrime di coccodrillo
Che succede quando 1.5 milioni di esseri umani sono imprigionati in un territorio minuscolo e arido, separati dai loro compatrioti e da qualsiasi altro contatto con il mondo esterno, ridotti alla fame da un blocco economico e messi in condizione di non poter sfamare le loro famiglie? Alcuni mesi fa avevo descritto questa situazione in termini di esperimento sociologico creato da Israele, dagli Stati uniti e dall'Unione europea. La popolazione della Striscia di Gaza come porcellini d'India.
Questa settimana l'esperimento ha prodotto i risultati. Essi hanno dimostrato che gli esseri umani reagiscono esattamente come gli altri animali: quando troppi di loro sono accalcati in uno spazio ristretto in condizioni miserabili, diventano aggressivi, e possono anche arrivare a uccidere. Gli organizzatori dell'esperimento a Gerusalemme, Washington, Berlino, Oslo, Ottawa e in altre capitali potranno fregarsi le mani soddisfatti. I soggetti dell'esperimento hanno reagito come previsto. Molti di loro sono persino morti nell'interesse della scienza. Ma l'esperimento non è ancora finito. Gli scienziati vogliono sapere cosa succede se il blocco diventa ancora più rigido. Che cosa ha causato la situazione esplosiva attualmente in corso nella Striscia di Gaza?
Il tempismo con cui Hamas ha deciso di impossessarsi con la forza della Striscia non è stato casuale. Hamas aveva molte buone ragioni per evitarlo. L'organizzazione non è in grado di sfamare la popolazione. Non ha interesse a provocare il regime egiziano, che è occupato a combattere i Fratelli musulmani, l'organizzazione madre di Hamas. Inoltre l'organizzazione non ha interesse a fornire ad Israele un pretesto per esacerbare il blocco. Ma i leader di Hamas hanno deciso che non avevano altra alternativa se non quella di distruggere i gruppi armati legati a Fatah che prendono gli ordini dal presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Gli Usa hanno ordinato a Israele di fornire a queste organizzazioni grandi quantità di armi, per metterle in grado di combattere Hamas. Ai capi militari israeliani l'idea non era piaciuta perché temevano che le armi potessero finire nelle mani di Hamas (come adesso sta effettivamente accadendo). Ma il nostro governo ha obbedito agli ordini degli americani, come al solito.
L'obiettivo degli americani è chiaro. Il presidente Bush ha scelto per ogni paese musulmano un leader locale che lo governerà sotto la protezione americana e seguirà gli ordini americani. In Iraq, in Libano, in Afghanistan, ed anche in Palestina. Hamas ritiene che l'uomo indicato per questo compito a Gaza sia Mohammed Dahlan. Per anni è sembrato che lo si stesse preparando a questo incarico. I media americani e israeliani tessono le sue lodi, descrivendolo come un leader forte, determinato, «moderato» (cioè obbediente agli ordini americani) e «pragmatico» (cioè obbediente agli ordini israeliani). E più gli americani e gli israeliani elogiavano Dahlan, più ne minavano la credibilità tra i palestinesi.
Agli occhi di Hamas, l'attacco alle basi di Fatah nella Striscia di Gaza è una guerra preventiva. Le organizzazioni di Abbas e Dahlan si sono sciolte come neve al sole palestinese. Hamas ha assunto con facilità il controllo su tutta la Striscia. Come hanno potuto i generali americani e israeliani sbagliare così tanto i loro calcoli? Loro sanno pensare solo in termini strettamente militari: tot soldati, tot fucili mitragliatori. Ma, in particolare nelle lotte intestine, i calcoli quantitativi sono secondari. La morale dei combattenti e il sentimento pubblico sono molto più importanti. I membri delle organizzazioni che fanno capo a Fatah non sanno per cosa stanno combattendo. La popolazione di Gaza sostiene Hamas perché ritiene che stia combattendo l'occupante israeliano. I suoi oppositori sembrano collaborazionisti dell'occupazione. Alla fine, le dichiarazioni americane sulla loro intenzione di armarli con armi israeliane li hanno condannati. Non è questione di fondamentalismo islamico. Sotto questo aspetto, tutte le nazioni sono uguali: odiano quelli che collaborano con l'occupante straniero, siano norvegesi (Quisling), francesi (Petain) o palestinesi. A Washington e a Gerusalemme, i politici lamentano la «debolezza di Mahmoud Abbas». Ora vedono che l'unica persona che potesse impedire l'anarchia nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania era Yasser Arafat. Lui aveva una naturale autorevolezza. Le masse lo adoravano. Anche i suoi avversari, come Hamas, lo rispettavano. Aveva creato svariati apparati di sicurezza in competizione l'uno con l'altro, per impedire che un singolo apparato potesse attuare un colpo di stato. Arafat poteva negoziare, firmare un trattato di pace e fare in modo che la sua gente lo accettasse. Ma Israele lo ha additato come un mostro, lo ha imprigionato nella Mukata'ah e, alla fine, lo ha ucciso. I palestinesi hanno eletto Mahmoud Abbas come suo successore, sperando che riuscisse a ottenere dagli americani e dagli israeliani ciò che essi si erano rifiutati di concedere ad Arafat.
Se fossero stati davvero interessati alla pace, i leader a Washington e a Gerusalemme si sarebbero affrettati a firmare un accordo di pace con Abbas, che si era dichiarato pronto ad accettare lo stesso ampio compromesso di Arafat. Americani e israeliani gli hanno riversato addosso tutti gli elogi immaginabili e lo hanno boicottato su tutte i punti concreti. Non hanno concesso ad Abbas nemmeno il risultato più piccolo e miserabile. Ariel Sharon prima gli ha strappato le penne e poi lo ha deriso dandogli del «pollo spennato». Dopo avere atteso con pazienza e invano che Bush si muovesse, i palestinesi hanno votato per Hamas, sperando disperatamente di ottenere con la violenza ciò che Abbas non era riuscito a ottenere con la diplomazia. I leader israeliani, sia militari che politici, erano pazzi di gioia. A loro interessava indebolire Abbas, perché godeva della fiducia di Bush e perché la sua posizione dichiarata rendeva più difficile giustificare il loro rifiuto di negoziare seriamente. Hanno fatto di tutto per demolire Fatah. A questo scopo hanno arrestato Marwan Barghouti, l'unica persona capace di tenere insieme Fatah. La vittoria di Hamas ha corrisposto appieno ai loro obiettivi. Con Hamas non c'è bisogno di dialogare, di offrire il ritiro dai territori occupati e lo smantellamento degli insediamenti. Hamas è un mostro contemporaneo, una organizzazione «terroristica», e con i terroristi non c'è niente di cui discutere. Ma in Israele non c'era soddisfazione questa settimana, come mai? Certo, i media e i politici, che hanno contribuito per anni ad aizzare i gruppi palestinesi l'uno contro l'altro, hanno mostrato soddisfazione e si sono pavoneggiati dicendo: «Ve l'avevamo detto noi. Guardate come gli arabi si uccidono fra di loro». Ma dietro le quinte si possono udire le voci di imbarazzo, ed anche di ansia.
La trasformazione della Striscia di Gaza in «Hamastan» ha creato una situazione a cui i nostri leader non erano pronti. Che fare ora? Isolare Gaza del tutto e lasciare che la popolazione muoia di fame? Stabilire contatti con Hamas? Occupare di nuovo Gaza, ora che è diventata una grande trappola per i carri armati? Chiedere all'Onu di inviare truppe internazionali - e quanti paesi sarebbero così pazzi da mettere a rischio i propri soldati in questo inferno?
Il nostro governo ha lavorato per anni a distruggere Fatah, per evitare il bisogno di negoziare un accordo che inevitabilmente avrebbe condotto al ritiro dai territori occupati e dagli insediamenti che si trovano lì. Ora, quando sembra che questo scopo sia stato raggiunto, non sanno che fare con la vittoria di Hamas. Si consolano con il pensiero che in Cisgiordania non può succedere. Lì regna Fatah. Lì Hamas non ha presa. Lì il nostro esercito ha già arrestato quasi tutti i leader politici di Hamas. Lì Abbas è ancora al potere. Così parlano i generali, con la logica dei generali. Ma anche in Cisgiordania, nelle ultime elezioni, Hamas ha avuto la maggioranza. Anche lì è solo questione di tempo, prima che gli abitanti perdano la pazienza. Vedono l'estendersi degli insediamenti, il Muro, i raids del nostro esercito, gli omicidi mirati, gli arresti notturni. Esploderanno. I governi israeliani che si sono succeduti hanno distrutto Fatah sistematicamente, hanno tagliato le gambe ad Abbas ed hanno spianato la strada a Hamas. Non possono fingersi sorpresi. Né piangere lacrime di coccodrillo.
Uri Avnery promotore del movimento pacifista israeliano Gush Shalom su Il Manifesto del 20 giugno 2007
21 giugno 2007
Dal male può venire il bene? No, non è la fine della Palestina
Dal male può venire il bene? Questo è il problema. La Palestina è la metafora del mondo. Lì si convogliano tutti i problemi del nostro tempo. La testimonianza viva di come il decadimento si impossessi anche dell'anima quando si degrada la politica. La Palestina è un monito, un invito e il resto non dipende solo dai palestinesi, invitati negli ultimi anni solo a morire in silenzio. Dove terra, aria, acqua, mente, gioia, libertà e dolore, piante e case, storia millenaria diventano il ritmo di ciò che ti sfugge, senza senso, appena al di là delle macerie.
Lì, dove fino a ieri sopravvivevi coltivando una speranza che non arriva, all'improvviso trovi un luogo a te proibito, recintato. Si alza un filo spinato, nasce una colonia ebraica, si insedia un futuro che ti esclude, e per sempre, un posto di blocco che ti spezza anima e psiche, un muro che sbarra ogni orizzonte. Di nuovo riparti con un fardello, di nuovo ripartono i recinti, in una mattanza senza fine, da sessant'anni. E' un annientamento diluito nel tempo. Mezzo secolo d'impegno politico aspro ha permesso ai palestinesi di sfuggire a questa trappola disumana e mortale.
Ha permesso loro di crescere, di acquisire grandi consensi, di edificare, almeno virtualmente, una patria che gode di riconoscimenti ancora più ampi di quelli di cui gode Israele. I palestinesi hanno svolto un ruolo importante in campo politico, scientifico, letterario, su scala regionale e internazionale. Lo hanno fatto fino a che hanno coltivato un progetto politico e di civiltà alternativo a quello che ha istituito e tuttora incarna Israele per il suo popolo e per la regione. Israele ha anticipato quel che sarebbe stato il mondo contemporaneo, nella forma e nel metodo: il disprezzo del diritto e della legalità internazionali, la guerra permanente e preventiva, l'uso dell'informazione come strumento di guerra e di deviazione, il rifiuto dell'altro, della storia, della cultura e della religione dell'altro, al quale non si offre alcuna via d'uscita se non la totale sottomissione.
Nel loro cammino, i palestinesi sono stati sempre esposti e condizionati da ciò che proponeva il loro tempo, con grande fatica hanno fatto prevalere il loro progetto finché hanno potuto. Il fallimento del processo di pace inteso da Israele come una resa senza condizioni, l'atteggiamento passivo, spesso complice, della comunità internazionale, la trasformazione dell'Autorità Nazionale Palestinese in club esclusivo di affari, retto non dal consenso ma dalle forze dell'ordine, che diventano cardini del potere e principali attori e azionisti, tutto questo ha fatto sì che i palestinesi venissero inglobati da ciò che li circonda, trascinati dal degrado che ha in Hamas uno dei suoi prodotti non peggiori. Non perché Hamas sia buona, ma perché c'è anche di peggio.
Non è certo ciò che può aiutare i palestinesi a uscire da questa trappola mortale, ma al contrario facilita e accelera lo scontro con altre entità simili, portando a un declino collettivo nella nostra terra del tramonto. A Gaza, i saccheggi di cui parla il compagno e amico Zvi Schuldiner sul manifesto sono casi isolati, riguardano le case di alcuni esponenti corrotti delle forze dell'ordine. Un fenomeno deplorevole ma che accade spesso in questi frangenti. La sicurezza dei cittadini di Gaza, in assenza delle provocazioni che arriveranno da Israele, dall'Egitto e da una parte di Al Fatah, è destinata a migliorare, anche perché ad alimentare disordine e insicurezza sono soprattutto le incursioni militari israeliane e le trame delle stesse forze dell'ordine.
E' già iniziato dentro Al Fatah un dibattito politico incentrato sulla rinascita del movimento, stroncato in passato dagli stessi settori corrotti dell'Anp e mai ripreso, sulla democrazia interna al movimento e alla società, e infine sulla resistenza all'occupazione israeliana, che rimane la questione fondamentale. Anche in Cisgiordania ci sono stati episodi di uccisioni di responsabili di Hamas da parte dei gruppi armati di Al Fatah, di saccheggi e incendi di case, uffici e sedi di associazioni che assistono i più bisognosi. Questi fatti dimostrano che Al Fatah non esiste più come movimento politico e progressista, è stata sostituita da gruppi paramilitari. Il governo di emergenza istituito da Abu Mazen è una forzatura che può anche comportare qualche utilità politica nell'immediato, ma sul piano giuridico non trova nessuna legittimazione.
Potrebbe sembrare un colpo di stato in risposta a un altro, dove lo stato non esiste. Tutti sembrano una brutta caricatura di se stessi e di ciò che vorrebbero essere. La comunità internazionale, Stati Uniti ed Europa in testa, insieme a un pezzo del mondo arabo, ha dichiarato il proprio sostegno ad Abu Mazen contro Hamas, ma non per porre fine all'occupazione israeliana. Il premier israeliano ha manifestato il suo appoggio al nuovo governo di emergenza e ha promesso di facilitarne l'iniziativa, a condizione di strangolare Gaza, ha detto di essere disposto a riprendere le trattative, ma non ha detto nulla sulla fine dell'occupazione né ha citato le nuove colonie ebraiche in costruzione, il muro e la repressione, le uccisioni quotidiane e la distruzione sistematica.
Oggi, la comunità internazionale si è resa conto dei pericoli che la degenerazione del conflitto israelo-palestinese può comportare per tutta la regione e si sta muovendo, accennando una propria iniziativa. È una novità positiva, il resto spetta ai palestinesi, che devono riportare Hamas alla ragione e già hanno lanciato i primi segnali condannando la sua scellerata iniziativa di carattere esclusivamente militare.
Sono arrivati segnali dall'interno della stessa Hamas, segnali ancora più importanti stanno arrivando da molti settori di Al Fatah, sia a Gaza che in Cisgiordania, e da molti quadri della sinistra palestinese usciti dal dimenticatoio in cui sono stati relegati dalla stessa Anp. Sono certo - e questo è un sentito invito - che questo risveglio non avverrà in solitudine, che il manifesto potrà essere il luogo dove sarà scritta, conosciuta e partecipata questa rinascita della Palestina, che le forze di sinistra, oltre allo sforzo per la loro unità, trovino anche l'energia per sostenere la nostra. E molti segnali positivi sono già arrivati.
La Palestina è come l'araba fenice che si rigenera dalle sue ceneri. La morte sta alle spalle, all'orizzonte ci sono la vita e la libertà, nessun'altra direzione ci ammalia.
Ali Rashid su Il Manifesto del 20 luglio 2007
palestina hamas resistenza
| inviato da puntodifuga il 21/6/2007 alle 16:24 | |
15 giugno 2007
Un'intera nazione prigioniera di Israele
L'uso selettivo della lingua da parte dei media e la censura per omissione del giornalismo occidentale coprono la scientifica violenza israeliana Gaza deve (dovrebbe) essere mostrata per quello che è: un laboratorio israeliano, sostenuto dalla comunità internazionale, dove gli essere umani vengono usati come conigli per testare le pratiche più perverse di soffocamento economico e riduzione alla fame.
Si sta consentendo a Israele di distruggere la nozione stessa di Stato palestinese e di tenere prigioniera un'intera nazione. Questo appare in modo evidente dagli ultimi attacchi su Gaza, la cui sofferenza è diventata una metafora della tragedia imposta ai popoli in Medio Oriente ed oltre. Secondo il notiziario britannico Channel 4 News, questi attacchi «erano mirati contro importanti militanti di Hamas» e contro «l'infrastruttura di Hamas». La Bbc ha parlato di uno «scontro» tra gli stessi militanti e gli F-16 israeliani.
Consideriamo uno di questi scontri. L'automobile dei militanti è stata fatta esplodere da un missile partito da un cacciabombardiere. Chi erano questi militanti? Secondo la mia esperienza, tutti gli abitanti di Gaza sono militanti in quanto resistono al loro carceriere e aguzzino. Quanto alla «infrastruttura di Hamas», si trattava della sede del partito che ha vinto le elezioni democratiche dell'anno scorso in Palestina.
Dire questo darebbe una cattiva impressione. Suggerirebbe che le persone a bordo dell'automobile e tutti gli altri nel corso degli anni, i bambini e gli anziani che si sono anche loro «scontrati» con i cacciabombardieri, sono stati vittima di una mostruosa ingiustizia. Suggerirebbe la verità.
«Secondo alcuni». ha detto il reporter di Channel 4, «Hamas ha sollecitato questo ...». Forse si riferiva ai razzi sparati contro Israele dall'interno della prigione di Gaza, che non hanno ucciso nessuno. Secondo il diritto internazionale, una popolazione occupata ha il diritto di usare le armi contro le forze di occupazione, ma questo diritto non viene mai citato. Il giornalista di Channel 4 ha fatto riferimento a una «guerra infinita». Non c'è nessuna guerra. C'è la resistenza della popolazione più povera, più vulnerabile sulla terra a una perdurante occupazione illegale imposta dalla quarta più grande potenza militare al mondo, le cui armi di distruzione di massa vanno dalle bombe cluster ai congegni termonucleari, pagate dalla superpotenza \. Soltanto negli ultimi sei anni, ha scritto lo storico Ilan Pappé, «le forze israeliane hanno ucciso più di 4.000 palestinesi, la metà dei quali bambini».
Consideriamo come funziona questa potenza. Secondo i documenti ottenuti da United Press International, una volta gli israeliani finanziavano segretamente Hamas come «tentativo diretto di dividere e annacquare il consenso a un'Olp forte e laica utilizzando un'alternativa religiosa rivale», come ha detto un ex funzionario della Cia.
Oggi Israele e gli Usa hanno capovolto il loro intervento e sostengono apertamente il rivale di Hamas, Fatah, con mazzette di milioni di dollari. Di recente Israele ha segretamente autorizzato 500 combattenti di Fatah a entrare a Gaza dall'Egitto, dove erano stati addestrati da un altro protetto degli americani, la dittatura del Cairo. Scopo di Israele è indebolire il governo palestinese eletto e fomentare una guerra civile. Per tutta risposta, i palestinesi hanno creato un governo di unità nazionale, con Hamas e Fatah. È questo che gli ultimi attacchi mirano a distruggere. Con Gaza rinchiusa nel caos e la Cisgiordania cinta da un muro, il piano israeliano, ha scritto l'accademica palestinese Karma Nabulsi, è «una visione hobbesiana di una società anarchica: monca, violenta, impotente, distrutta, intimidita, governata da milizie, bande, estremisti e ideologi religiosi i più disparati, divisa dal tribalismo etnico e religioso e dai collaborazionisti cooptati. Guardate l'Iraq di oggi...».
Il 19 maggio, il Guardian ha ricevuto questa lettera da Omar Jabary al-Sarafeh, un abitante di Ramallah. «La terra, l'acqua e l'aria sono sotto costante osservazione da parte di un sofisticato sistema di sorveglianza militare... La striscia di Gaza deve \ essere mostrata per ciò che è... un laboratorio israeliano sostenuto dalla comunità internazionale dove gli esseri umani vengono usati come conigli per testare le pratiche più drammatiche e perverse di soffocamento economico e di riduzione alla fame».
Il giornalista israeliano Gideon Levy ha descritto la fame che colpisce gli abitanti di Gaza, più di un milione e 250 mila persone, e le «migliaia di persone ferite, rese disabili e scioccate dalle bombe, che non possono ricevere alcuna assistenza... Ombre di esseri umani vagano tra le rovine... Sanno solo che tornerà, e sanno cosa significherà questo per loro: più prigionia nelle loro case per settimane, più morte e distruzione in proporzioni mostruose».
Ogni volta che sono stato a Gaza, sono stato consumato da questa malinconia, come se fossi penetrato in un segreto luogo di cordoglio. Le scritte sui muri forati dai proiettili commemorano i morti, come la famiglia di 18 uomini, donne e bambini che «si sono scontrati» con una bomba israelo-americana da 500 libbre, lanciata sulla loro casa mentre dormivano. Militanti, si presume. Più del 40% della popolazione di Gaza è formato da bambini sotto i 15 anni. Dando conto di uno studio sul campo per il British Medical Journal effettuato per 4 anni nella Palestina occupata, il dottor Derek Summerfield ha scritto che «due terzi dei 621 bambini uccisi ai check-point, per strada, mentre andavano a scuola, nelle loro case, sono morti per piccole armi da fuoco che li hanno colpiti in più della metà dei casi alla testa, al collo e al petto: la ferita del cecchino». Un mio amico che lavora all'Onu li chiama «figli della polvere». La loro stupenda infantilità, la loro chiassosità, le loro risate, il loro incanto, tradiscono il loro incubo.
Ho incontrato il dottor Khalid Dahlan, uno psichiatra che dirige uno di svariati progetti di salute infantile sul territorio a Gaza. Dahlan mi ha parlato della sua ultima ricerca. «La statistica che personalmente trovo insopportabile» ha detto «è che il 99.4% dei bambini che abbiamo preso in esame soffrono per un trauma. Se si guardano i tassi di esposizione al trauma, si capisce il perché: il 99.2% del gruppo di studio ha avuto la casa bombardata; il 97.5% è stato esposto ai gas lacrimogeni; il 96.6% ha assistito a sparatorie; il 95.8% ha assistito a bombardamenti e funerali; quasi un quarto ha visto dei componenti della propria famiglia feriti o morti». Dahlan spiega che bambini di soli tre anni hanno vissuto la dicotomia causata dal doversi misurare con simili condizioni. Essi sognavano di diventare medici e infermieri, poi tutto questo è stato travolto da una visione apocalittica di se stessi come la prossima generazione di attentatori suicidi. Ciò invariabilmente dopo un attacco israeliano. Per alcuni ragazzini gli eroi non erano più i calciatori, ma una confusione di «martiri» palestinesi e persino il nemico, «perché i soldati israeliani sono i più forti e hanno gli elicotteri Apache».
Poco prima di morire, Edward Said rimproverò amaramente i giornalisti stranieri per quello che giudicava il loro ruolo distruttivo nel «cancellare il contesto della violenza palestinese, la risposta di un popolo disperato e orribilmente oppresso, e la terribile sofferenza da cui essa scaturisce». Proprio come l'invasione dell'Iraq è stata una «guerra di media», altrettanto può dirsi del «conflitto» grottescamente unidirezionale che è in corso in Palestina. Come dimostra il lavoro pionieristico del Media Group dell'università di Glasgow, agli spettatori televisivi viene detto raramente che i palestinesi sono vittima di una occupazione militare illegale; il termine «territori occupati» è spiegato di rado. Solo il 9% dei giovani intervistati nel Regno unito sa che gli israeliani sono la forza di occupazione e i coloni illegali sono gli ebrei; molti credono che siano i palestinesi. L'uso selettivo della lingua da parte delle emittenti radiotelevisive è cruciale nel mantenere questa confusione e ignoranza. Parole come «terrorismo», «omicidio» e «uccisione selvaggia, a sangue freddo» descrivono la morte degli israeliani, quasi mai quella dei palestinesi.
Ci sono eccezioni lodevoli. L'inviato della Bbc rapito, Alan Johnston, è una di esse. Eppure, nella valanga di notizie sul suo rapimento, non si citano mai le migliaia di palestinesi rapiti da Israele, molti dei quali non rivedranno le loro famiglie per anni. Per loro non ci sono appelli. A Gerusalemme, l'Associazione stampa estera documenta come i suoi membri siano sottoposti al fuoco e alle intimidazioni da parte dei soldati israeliani. In un periodo di 8 mesi altrettanti giornalisti, compreso il responsabile della Cnn a Gerusalemme, sono stati feriti dagli israeliani, alcuni di loro gravemente. In ciascun caso l'Associazione stampa estera ha protestato. In ciascun caso, non c'è stata una risposta soddisfacente.
Una censura per omissione attraversa profondamente il giornalismo occidentale su Israele, specialmente negli Usa. Hamas è liquidata come «un gruppo terroristico votato alla distruzione di Israele», che «rifiuta di riconoscere Israele e vuole combattere, non dialogare». Questo discorso sopprime la verità: il fatto che Israele sta distruggendo la Palestina. Inoltre le proposte di Hamas, avanzate da tempo, di un «cessate il fuoco» di 10 anni vengono ignorate, insieme a un recente, promettente spostamento ideologico al suo interno, che vede una accettazione storica della sovranità di Israele. «La carta non è il Corano», ha detto uno di Hamas, Mohammed Ghazal. «Storicamente crediamo che tutta la Palestina appartenga ai palestinesi, ma ora stiamo parlando della realtà, delle soluzioni politiche».
L'ultima volta che ho visto Gaza, mentre mi recavo in auto verso il check-point israeliano con il filo spinato, ho potuto assistere allo spettacolo di bandiere palestinesi che sventolavano dall'interno dei compound recintati. Erano stati i bambini, mi spiegavano. Fabbricano le aste con delle bacchette legate insieme, e uno o due di loro si arrampicano in cima a un muro tenendo la bandiera in silenzio. Lo fanno quando ci sono degli stranieri in giro, e pensano che potranno dirlo al mondo.
John Pilger - traduzione Marina Impallomeni su Il Manifesto del 14 giugno 2007
palestina hamas occupazione
| inviato da puntodifuga il 15/6/2007 alle 16:10 | |
12 giugno 2007
Gaza 11 e 12 giugno 2007
Report di una cooperante italiana dalla Striscia di Gaza.
E' praticamente impossibile descrivere quello che sta succedendo in queste ore a Gaza. Purtroppo alcuni di noi operatori /cooperanti, ancora presenti nella striscia, con l'impossibilita' di muoversi siamo praticamente bloccati molto vicino al teatro degli scontri.
Fuori impazza il delirio. Nessuno puo' uscire e si riesce a capire ben poco di quello che succede. L'unica cosa che sentiamo sono i fortissimi rimbombi delle granate e delle armi automatiche che stanno usando.
Sappiamo che ci sono mascherati asserragliati nei palazzi. Non possiamo muoverci e dobbiamo evitare di stare nella traiettoria delle finestre. Inutile dire che non vorremmo essere qui a vedere questo bruttissimo spettacolo di lotta fratricida, e cercheremo di andarcene quanto prima, lasciando purtroppo da soli, ancora una volta migliaia di cittadini palestinesi, che come noi non vorrebbero essere qui ostaggio di folli a vedersi morire.
Riprendono all'alba di martedi, dopo solo qualche ora di riposo, i fortissimi combattimenti tra le due fazioni Hamas e Al Fatah, che da ieri hanno ricominciato a colpirsi duramente, rompendo la tregua siglata il 20 maggio.
Gia' da domenica 10 giugno, gli uomini armati delle due fazioni, calato il passamontagna, avevano preso postazione nelle strade, chiudendole con massi e cassonetti ; ognuno aveva preso posizione sui tetti dei palazzi piu' alti della zona di gaza city, soprattutto la zona di rimal (porto, palazzo dl presidente).
La violenza di questi primi attacchi si fa sentire subito: due persone vengono gettate dal 13 e 12 piano di due palazzi di gaza. Poi Ieri mattina (lunedi) i primi attacchi a gaza city, contenuti ma particolarmente mirati. vengono colpiti alcuni senior di Fatah e di Hamas. Nella tarda serata, con il calare della sera, prendono postazione anche alcuni mezzi dell'esercito palestinese. Tre carri armati si schierano per difendere le postazioni di Fatah, che intanto attaccano i palazzi e gli obiettivi della fazione opposta...
Intanto nel nord della striscia di gaza, gruppi di armati di Hamas, circondano e fanno irruzione dentro la casa di un responsabile della brigata Al Aqsa, uccidendolo insieme al fratello. Altri attacchi vengono portati violentemente dentro gli ospedali, di Beit Hanoun e Shifa, dove vengono ricoverati nel frattempo decine e decine di feriti, che cadono, da una parte e dall'altra durante i violenti scontri.
Il teatro degli scontri e' particolarmente concentrato nelle aree intorno alle strutture presidenziali. Anche la televisione Palestine viene attaccata da uomini di hamas, che prendono in ostaggio due operatori e danno fuoco alla TV.
Praticamente tutta la popolazione intorno e' presa in ostaggio e in silenzio subisce questo ennesimo atto di guerra che si dice non essere ancora terminato.
gaza palestina occupazione
| inviato da puntodifuga il 12/6/2007 alle 15:32 | |
18 maggio 2007
Ma chi sono i veri terroristi?
Stando alla propaganda del Vaticano, è un terrorista chi scrive sui muri «Bagnasco vergogna» con riferimento alle note posizioni del presidente della Cei su Dico e omosessualità. Bisognerebbe perciò chiedersi come definire chi mette all'indice le unioni gay e lesbiche in quanto «nemiche della cristianità», come ha fatto proprio ieri il segretario della Cei Betori. O chi, come don Bagnasco, accosta l'approvazione dei Dico all'accettazione dell'incesto o della pedofilia.
O chi, come papa Ratzinger, scaglia con ossessiva frequenza anatemi contro l'omosessualità sostenendo che si tratta di una condizione disordinata, innaturale e pericolosa per la società. O chi, come Savino Pezzotta, promuove una manifestazione oceanica per chiedere «più famiglia e meno gay» partendo dall'erroneo presupposto che i privilegi dell'una siano in contrasto con i diritti degli altri.
L'elenco potrebbe continuare più a lungo di qualsiasi rosario, sgranando le prose calderoliane contro i «culattoni», i deliri omofobici teo-dem e neo-dem, le maledizioni di rabbini e imam e via discorrendo. Ma ci fermiamo qui perché tanto le urla di guerra del post-illuminismo italiano riempiono già a sufficienza le cronache di stampa e tivù. Ciò che più interessa, in occasione della giornata mondiale di lotta all'omofobia, è valutare qualche dato di realtà.
Per esempio che la chiesa e il suo codazzo di oscurantisti per fede o per convenienza stanno al centro dell'attenzione nazionale da mesi nella loro incendiaria campagna contro gli omosessuali. E con tutto questo si protestano oppressi e imbavagliati di fronte a qualunque civile espressione di dissenso. Oppure il fatto che l'accusa di terrorismo pronunciata contro chi se la prende con i preti (anche in modo per niente civile) non ha grazie al cielo prodotto finora nessun ferito né tantomeno nessun morto nelle già esigue file del clero secolare.
La situazione è invece diametralmente opposta per quanto riguarda non solo i diritti familiari ma anche più banalmente umani delle persone gay, lesbiche e transessuali. Già l'idea che si consideri come un'opzione di «sinistra radicale» la loro possibilità di vivere tranquillamente senza doversi nascondere o dover essere puniti per ciò che sono, la dice lunga su come sta messa l'Italia.
Ma questo in fondo è il meno, di fronte ai problemi molto più seri che la recrudescenza omofobica provoca nel nostro paese. L'accresciuta visibilità degli omosessuali e delle loro richieste di integrazione civile sta producendo infatti reazioni che vanno ben oltre un dibattito politico sgangherato in cui tengono banco argomenti dialettici del tutto privi di fondamento razionale. Le cronache degli ultimi tempi parlano a questo proposito molto chiaramente. E dicono di brutali aggressioni ai danni di rappresentanti di associazioni glbt, com'è accaduto a Udine, Viareggio e Milano, colpiti in quanto omosessuali visibili. E di atti vandalici e intimidatori a ripetizione contro sedi politiche glbt in diverse città. E di gesta di cruento bullismo nelle scuole contro ragazzi percepiti come gay e mandati per questo all'ospedale, quando non hanno deciso di togliersi di mezzo da soli suicidandosi come ha fatto Matteo, lo studente torinese sedicenne la cui morte ha per qualche giorno commosso l'Italia senza tuttavia produrre risultati che facciano sperare in futuro di poter prevenire episodi del genere. Senza contare poi l'ordinaria amministrazione, che in conto all'omofobia di marginali frange della popolazione mette alcune decine di omicidi all'anno, maturati come si diceva una volta (e in qualche caso ancora oggi) nello «squallido mondo degli omosessuali». Se non si trattasse «solo» di gay, lesbiche e trans un quadro simile avrebbe già fatto scattare l'emergenza nazionale. Ci si preoccupa invece ben di più di garantire il diritto degli omofobi a rimanere tali. Dove andremo a finire di questo passo?
Da Il Manifesto del 17 maggio 2007
| inviato da il 18/5/2007 alle 13:17 | |
11 maggio 2007
Campania
 Al movimento della Val di Susa, alle amiche/i e alle compagne/i del Patto di Mutuo Soccorso, alla rete RIFIUTI ZERO, ai comitati popolari, alle associazioni, alla rete No centrali, al presidio NO DAL MOLIN, a quante e quanti lottano contro nocività e precarietà, per la difesa della salute e dei territori................
Carissime e carissimi, la situazione in Campania sta precipitando! Sono stati dati pieni poteri ai prefetti e al Commissario Straordinario BERTOLASO, in ordine alla vicenda rifiuti. I carabinieri sono di nuovo a Serre, come a Lo Uttaro. C’è il pericolo di un blitz da un momento all’ altro!
La situazione in Campania è difficile anche sul piano sanitario, una situazione creata dalla incapacità di gestione del problema da parte delle giunte regionali della Campania – da Rastrelli a Bassolino – e dal rapporto stretto tra economia legale e economia illegale (camorra e sistema malaffare), non certo causata dalla popolazione e dai comitati, come si tenta di far passare ! Così la regione dove sono stati sversati e collocati illegalmente gran parte dei rifiuti industriali tossici, pericolosi e nocivi provenienti da tutto il territorio nazionale, è anche quella dove l’ inettitudine e la connivenza di aziende, amministrazioni pubbliche, servizi locali hanno portato ad avere rifiuti per strada, mentre l’ affidamento alla FIBE (assolutamente incapace) della gestione del ciclo dei rifiuti, ha prodotto “ECOBALLE” fuori norma che per questo non possono essere smaltite in alcun modo. Come se non bastasse, alla stessa FIBE è stata affidata la costruzione e la gestione del pericoloso inceneritore di Acerra, in un territorio già invaso da diossine, metalli pesanti e altre sostanze nocive.
Dobbiamo vigilare di fronte a questo stato di allerta. Se l’ esercito si prepara a forzare e ad entrare nei campi di Persano, dove è prevista la megadiscarica, e a Lo Uttaro, dobbiamo rispondere con una grandissima manifestazione a Napoli sabato 19, e anche prima aiutare ed esprimere solidarietà reale alle popolazioni della Campania, di Serre, di Caserta, di Lo Uttaro. Essere quindi al fianco della popolazione, dei comitati popolari e delle realtà di base della Campania e del Meridione. Come è stato in Val di Susa, a Vicenza, nella piana Firenze, Prato, Pistoia dobbiamo essere al fianco di chi come noi lotta per la salute e per la difesa del territorio e di beni fondamentali come la materia-energia.
Bertolaso agisce a nome e per conto di – e in piena sintonia con - Prodi, Napoletano, Bassolino, violando ancora una volta la democrazia, non colpendo i responsabili di questa situazione e prendendosela – come avviene sempre – con i poveri cristi, la popolazione e i soggetti svantaggiati.
Viene ribadita la perversa, dannosa e nociva scelta dell’ incenerimento e delle discariche, quando sono disponibili concretamente altre soluzioni – da tempo proposte dai comitati e dalle realtà di base - quel tempo che avrebbe dovuto vedere l’ avvio e la diffusione delle raccolte differenziate porta a porta, dei cicli del riutilizzo e del riciclaggio, a principiare dalla frazione putrescibile, dall’ umido e dalla creazione di compost. Tutto questo sarebbe ancora possibile.
TUTTE E TUTTI A NAPOLI IL 19 MAGGIO, A SERRE , A LO UTTARO; A DIFESA DEI NOSTRI TERRITORI, DELLA NOSTRA SALUTE, DELLA DEMOCRAZIA TANTO SPESSO VIOLATA, CONTRO LE NOCIVITA’, L’ ILLEGALITA’ E LA PRECARIETA’
| inviato da il 11/5/2007 alle 16:54 | |
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